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Confesso: ho dei gusti bizzarri e Il Grande Gatsby (2013) di Baz Luhrmann (Moulin Rouge) è un film bizzarro. Influenzato dalle critiche negative, non nascondo di aver avuto dei pregiudizi quando ho deciso di vederlo. Così sono rimasto sbalordito nel trovarlo eletrizzante.


Certo, uno non deve pensare di vedere una trasposizione dell'originale, anche perché, diciamolo, si tratta sempre di uno dei più bei romanzi del '900, ma un romanzo non è necessariamente funzionale allo schermo come lo è alle mani e agli occhi di un avido lettore: ha bisogno di essere trasformato in una sceneggiatura. Già questa è occasione di deviazioni. Quando recentemente ho rivisto la versione che Jack Clayton ha fatto del capolavoro di Scott Fitzgerald, l'ho trovato senz'altro più aderente al testo, ma confesso questa volta di non essere riuscito a seguirlo fino alla fine.

È inevitabile fare dei raffronti. Mentre Sam Waterston è perfetto nella parte di Nick Carraway, Redford è un Gatsby un po' legnoso. D'altra parte, il ruolo di Nick calza a pennello indosso a Tobey Maguire, ma ciò che Leonardo Di Caprio esprime in Gatsby è un'interpretazione realmente straordinaria.

Potremmo andare avanti a confrontare Mia Farrow e Carey Mulligan che interpretano Daisy Buchanan, Bruce Dern e Joel Edgerton come Tom Buchanan, ma sarebbe un esercizio sterile.

Tanto per restare negli ambiti dell'Età del Jazz, si potrebbe affermare che la versione che Baz Luhrmann ha prodotto de Il grande Gatsby è piuttosto l'esecuzione molto sincopata di un motivo classico elaborato da un gruppo jazz molto “free”. Si prende delle libertà rispetto al tema principale e spesso lo rende irriconoscibile, ma negli assolo è semplicemente trascinante.

Nell'interpretazione di Luhrmann, il film apre su Dick Carraway ricoverato nella clinica di riabilitazione per alcolisti “Perkins” (Maxwell Perkins è stato l'editor di F. Scott Fitzgerald's per il libro Il grande Gatsby). In uno scorcio della sua cartella clinica leggiamo: «alcolismo patologico, insonnia, eccessi d'ira, ansia». Il regista identifica il narratore Dick e lo scrittore Scott, ma quello che viene immediatamente alla mente al pubblico italiano è La coscienza di Zeno, non Il grande Gatsby. La forzatura è tanto evidente che la stessa sceneggiatura si contraddice e a un certo punto Dick recita: «In vita mia mi sono sbronzato due sole volte e quella era la seconda». I conti non tornano. Comunque, come nel caso di Zeno Cosini, il medico che lo segue invita il paziente a mettere per iscritto i suoi ricordi.

Quando questo avviene, il film esplode in un delirio scatenato di alcol, sudore, benessere (economico), «House & Garden», tende che svolazzano, eccessi, velocità, noia, ipocrisia e arroganza.

Più che un giudice severo dei costumi dei suoi simili, Dick è un ragazzo ansioso di fare amicizia con il ragazzo della porta accanto. Anche in questo il film va un po' oltre le intenzioni del libro perché Dick, che dovrebbe essere solo un osservatore benintenzionato e beneducato, si fa coinvolgere più del necessario nell'amicizia con Gatsby e sembra quasi che la sua caduta nell'alcolismo e la presenza nella casa di cura siano dovute a questo. Personalmente penso che sia una forzatura. Mi sembra di ricordare che Scott fosse stato innamorato di Zelda, non di un ragazzo di nome Gatsby.

Detto questo, chiunque, uomo o ragazzo, sarebbe rimasto affascinato da un simile vicino e il merito va all'autore che lo ha creato ma il mio giudizio è senz'altro positivo. Il film è girato in 3D e questo giustifica le prospettive spinte e le carrellate mozzafiato. Non c'è un'immagine che non sia elaborata e tutto sembra passato attraverso gli effetti speciali di Instagram. Le riprese ardite sono sottolineate da una colonna sonora altrettanto audace, dove il fox-trot si confonde con l'hip-hop e la Rapsodia in Blu sfuma in Back to Black. Stranamente tutto funziona a meraviglia e concorre a quella sensazione di trascinamento.

Paradossalmente, in una messa in scena che fa impallidire le scenografiche architetture di Las Vegas, Leonardo Di Caprio esprime il lato umano di Jay Gatsby come nessuno mai fino ad ora. Ovvero, l'attore interpreta un Gatsby un po' meno grande. Da ragazzo innamorato di un sogno, Little Gatsby si porta dietro tutte le insicurezze della gioventù rispetto al progetto che pervicacemente intende realizzare; ma quando perde le staffe, nella sua terrificante reazione lascia trasparire tutto il peggio del gangster che si dice egli sia.

Uno dei difetti su cui la critica (in gran parte negativa, come si diceva) sembra concordare è che nel film si perde la severa critica che Fitzgerald esprime nei confronti del suo tempo. Sono d'accordo. Il film dilata i propri orizzonti sul piano estetico ma rimane, sul piano morale, un'opera estremamente superficiale. Qualcuno si spinge a bollarlo come una video-clip musicale tirata all'inverosimile. In un certo senso...

Insomma: se volete trovare l'autentico spirito de Il grande Gatsby, leggetevi il romanzo; se, dopo averlo letto, però, avete voglia di divertirvi per un paio d'ore abbondanti, andate a vedere Il grande Gatsby di Baz Luhrmann. Non ve ne pentirete, ma il libro lasciatelo a casa.