Ho avuto un padre poco incline alle smancerie. Aveva le sue giustificazioni, non lo nego, ed è inutile rivangare. Discorso chiuso. Il punto è che, fin da bambino, mi sono ingegnato ad adottare misure adeguate a contrastare le sue eccentricità.


Per esempio: al mattino faceva irruzione nella nostra camera di fratelli e si avventava sulla tapparella con tutta la forza del suo fisico di giovane capofamiglia. Pertanto, presi l’abitudine, la sera, dopo che si era andati tutti a dormire, di scivolare dal letto e sollevare le pesanti serrande in modo da rendere vano, qualche ora più tardi, il compiersi di quell’insensata, mattutina ostentazione di potenza.

© 2015 Renato Corpaci - Tutti i diritti riservati
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Continuai a dormire con le serrande sollevate ben oltre il raggiungimento della maggior età, ben oltre la conquista dell’agognata autonomia, ben oltre la scomparsa da questo mondo del vituperato genitore. A lungo fece parte del fagottino contenente la sua eredità. La cosa continuò fin quando lo sciamano che aveva accettato di assistermi quando non ne avevo potuto più, si raccomandò che smettessi. «L’oscurità favorisce la produzione di melatonina – sentenziò – determinante nella regolazione della funzione sonno-veglia».

Compresi così in quell’ambito uno dei significati del termine “nevrosi”, patologia che caratterizza un soggetto che, avendo adottato una strategia di reazione a un disturbo ambientale, continui ad applicare compulsivamente la medesima strategia ben oltre il perdurare del disturbo che l’ha innescata, trasformandola in un rituale privo di senso, che gli nuoce e che lo ostacola nei suoi tentativi di adattarsi all’ambiente circostante, cambiare i propri stili di vita e sviluppare una personalità più ricca e soddisfacente.

Il bello della consapevolezza è che piano piano poi ci si sente meglio.

Un’altra avversione che il genitore manifestava non appena gli si presentasse l’occasione, riguardava la mia scrittura. Non gli riusciva proprio di mandar giù che avessi una calligrafia diversa dalla sua e non faceva che tormentarmi.

Anche in questo caso, adottai una soluzione che lo disorientò: cominciai a scrivere in stampatello. Abolito il corsivo, allineavo le mie maiuscole a comporre pagine e pagine di caratteri capitali che sempre di più assunsero l’aspetto di scatole abbandonate, disordinatamente sparse sugli scaffali di uno scantinato virtuale. Anche se, con il tempo, pure questi segni riuscirono ad acquistare un andamento vagamente fluido.

Chissà come sarebbe stata la mia scrittura superata la pubertà, epoca in cui gli adolescenti, insieme alla voce, cambiano anche il loro modo di scrivere? Diversamente da ciò che avvenne nel cuore dell'oscurità, con la maturità non recuperai la mia originale zampa di gallina.

Perché negarlo? La mia scrittura è sgradevole, lenta e poco scorrevole. Assolve malissimo al compito che le si attribuisce, di registrare concetti e nozioni e trasmettere pensieri e stati d’animo. Quando scrivo, ho l’impressione che chi assiste sospetti di trovarsi di fronte a un caso di semi-analfabetismo.

Sfortunatamente, con l’età, ho sviluppato anche un discreto feticismo indirizzato verso complementi di cancelleria desueti, quali quaderni (i famosi Moleskine, resi celebri dal girovago Chatwin e oggi quotati in borsa) e altri orpelli.

Questo rende ancora più cocente il rammarico di non possedere la capacità di vergare quelle pagine dei segni di un’elegante corsivo inglese che giustifichi, per farlo, il possesso di strumenti insensatamente costosi.

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